La prima del campionato primaverile della lega è andata, ma solo perchè eravamo in mare e abbiamo vinto in reale su tutti, ma è poca cosa, non abbiamo avversari. Il fatto è che siamo arrivati a Procida e immediatamente siamo piombati in un'altra dimensione. Non dico come in un film di Burton, troppo poetici, direi come in un film di Gillian, dove tutto quello che è strano c'è, per poi arrivare alla conclusione che la stranezza fa parte della vita e che solo chi ha principi solidi e puliti ne esce fuori più o meno integro.
Procedo con ordine, la regata c'è stata ma nessuno se ne è accorto, la Lega non ha provveduto alle classifiche, nè tanto meno alla premiazione, un passaparola ci ha fatto pervenire che sulla pericolante passerella in legno della Lega Navale a Procida si teneva un rinfresco e ci siamo andati, e lì abbiamo assistito alla felliniana scena di un assessore a non so che cosa, che con toni assolutamente non consoni, accusava i regatanti di essere dei paurosi imbecilli e che avrebbero fatto meglio a rimanere a casa anzichè creare scompiglio nel disorganizzato porto nuovo dell'isola che non c'è.
Vado avanti, con assoluta leggerezza, gli organizzatori della regata, fregandosene altamente del fatto che tutti noi eravamo lì a fare sport e ad impegnarci, non hanno ritenuto opportuno comunicare alcunchè circa risultati e premiazioni fantasma. Scandaloso ed offensivo comportamento verso la gente di mare.
Ancora una volta è stata dimostrata una certa inefficienza dell'organizzazione napoletana.
Passiamo ora al prosieguo dell'allegro weekend procidano. Con uno scirocco che soffiava a 30 nodi e una pioggia sabbiosa quanto seccante siamo andati a cena e poi a dormire. WOW!!!
Ed ecco cosa ho imparato in questo breve lasso di tempo.
1- Se andate a mangiare in 25, mangerete male, e l'unica cosa commestibile la fornisce una ditta che rimanda ad un cantante dei bei tempi passati.
A proposito dei bei tempi passati, dove sono andati a finire tutti coloro che hanno fatto della vela napoletana un vanto, cedendo poi il passo a chi ne sta facendo uno scempio? A mare come a terra. Siamo nell'era dell'analfabetismo marinaro.
2- I conoscenti sembrano più amici degli amici.
3- Gli amici non sono così tanto amici tra di loro.
4- L'atteggiamento easy, o per così dire informale, non deve prescindere mai dall'educazione.
5- Tutti ci prendiamo troppo ma proprio troppo sul serio. Me per primo, o meglio, me per secondo.
6- Ci sono troppi "professionisti" che fino a ieri zappavano la terra. L'unico che lo poteva fare era VITO DUMAS.
7- Le vele di prua si cambiano con l'aumentare del vento per avere un rendimento migliore, o meglio, per generare una velocita maggiore, non per preservare le vele. Grazie a chi mi ha spiegato questa difficile equazione.
8- La barca a vela, in quanto tale, non avanza senza vento, cioè è ferma.
9- Se avete il timone a barra, per andare a dritta lo dovete portare a sinistra e viceversa, per intenderci come sui gommoni, bha e che vuol dire?
Dopo trent'anni c'è sempre da imparare...
E mi fermo qui, perchè ho scritto anche troppo di qualcosa che ci doveva essere e non ci è stato, di una non regata, un non ristorante, di un non week end.
Dedico comunque questo post a chi con me ha cercato di intravedere sole mare e onde in queste giornate di scirocco, in tutti i sensi.
P.S. Meno male che a tranquillizzarmi c'è il Mare, l'unica certezza.
... in attesa della diretta settimanale...
lunedì 30 marzo 2009
venerdì 27 marzo 2009
Ile de la Réunion
Ho detto mille volte che due categorie non si toccano.
MAI E PER NESSUN MOTIVO.
Bambini e Animali e non necessariamente in questo ordine.
Non partecipo a gruppi su social network nè mi piace condividere battaglie popolari.
Ma dal mio blog faccio sentire la mia voce.
Allora, viste le notizie e le immagini che giungono dal web e non solo mi viene da dire che l'Ile de la Réunion fa schifo.
Per ora mi mantengo calmo perchè non mi va di avere un calo di stile.
Ma li sto trattando bene, dovrei essere molto più violento e volgare contro questi bastardi ( e mi riferisco agli esseri dis-umani che popolano l'isola ).
ANDATE QUI E FATE IL VOSTRO DOVERE.
GRAZIE!
Bambini e Animali e non necessariamente in questo ordine.
Non partecipo a gruppi su social network nè mi piace condividere battaglie popolari.
Ma dal mio blog faccio sentire la mia voce.
Allora, viste le notizie e le immagini che giungono dal web e non solo mi viene da dire che l'Ile de la Réunion fa schifo.
Per ora mi mantengo calmo perchè non mi va di avere un calo di stile.
Ma li sto trattando bene, dovrei essere molto più violento e volgare contro questi bastardi ( e mi riferisco agli esseri dis-umani che popolano l'isola ).
ANDATE QUI E FATE IL VOSTRO DOVERE.
GRAZIE!
lunedì 23 marzo 2009
Molecole di... bho?
Ne ho già scritto qui, e non mi voglio ripetere.

Non sono mai stato a El Bulli e credo che non ci andrò mai, pur volendo, e pur essendo attratto da quest'esperienza. Che probabilmente non è cucina, non è gastronomia e nemmeno cibo. Ma non posso dire nulla perchè non ho provato, non ho visto, non ho assaggiato nè saggiato.

So che la cosa mi attira per curiosità, ma la cucina è un'altra cosa.
Tant'è, che alla domanda "cosa ne pensa delle tradizioni culinarie?" Ferran Adrià ha risposto che sono importanti e che bisogna tenerle presenti per adeguare al gusto di una certa nazione un prodotto come una caipirinha, per sempio. Ecco che il più grande cuoco del mondo (e io non lo credo) commette l'errore. Lo commette nel momento in cui viene interrogato su una cosa che, adesso, è lontana da lui, la cucina. Un piatto, una pietanza, un drink, è quello e basta, non va adeguato a nessun gusto. Non aggiungerei ketchup ad un Ragù napoletano per farlo piacere agli americani, tantomeno metterei delle lumache in un Martini per lusingare il pubblico francese.
Ho avuto l'impressione che si prendesse un pelino troppo sul serio, "... gli chef, lontano dalle cucine dei ristoranti, sono persone normali...".
Io credo che siano tutti persone normali, la creatività è un'altra cosa, ma non fa dei creativi degli extraterrestri.
Poi c'è il genio, ma questo lasciamolo a Leonardo, a Pablo, forse a Vatel, a Michelangelo, a Caravaggio.
Ma per piacere, Ferran, anche se sei impegnato fino al 2012 e servi solo 8000 coperti in sei mesi, resta con i piedi per terra.
P.S. Tanto di cappello (da chef) a chi da lavapiatti è diventato quello che è.
Per approfondimenti almeno visivi andate qui.

Non sono mai stato a El Bulli e credo che non ci andrò mai, pur volendo, e pur essendo attratto da quest'esperienza. Che probabilmente non è cucina, non è gastronomia e nemmeno cibo. Ma non posso dire nulla perchè non ho provato, non ho visto, non ho assaggiato nè saggiato.

So che la cosa mi attira per curiosità, ma la cucina è un'altra cosa.
Tant'è, che alla domanda "cosa ne pensa delle tradizioni culinarie?" Ferran Adrià ha risposto che sono importanti e che bisogna tenerle presenti per adeguare al gusto di una certa nazione un prodotto come una caipirinha, per sempio. Ecco che il più grande cuoco del mondo (e io non lo credo) commette l'errore. Lo commette nel momento in cui viene interrogato su una cosa che, adesso, è lontana da lui, la cucina. Un piatto, una pietanza, un drink, è quello e basta, non va adeguato a nessun gusto. Non aggiungerei ketchup ad un Ragù napoletano per farlo piacere agli americani, tantomeno metterei delle lumache in un Martini per lusingare il pubblico francese.
Ho avuto l'impressione che si prendesse un pelino troppo sul serio, "... gli chef, lontano dalle cucine dei ristoranti, sono persone normali...".
Io credo che siano tutti persone normali, la creatività è un'altra cosa, ma non fa dei creativi degli extraterrestri.
Poi c'è il genio, ma questo lasciamolo a Leonardo, a Pablo, forse a Vatel, a Michelangelo, a Caravaggio.
Ma per piacere, Ferran, anche se sei impegnato fino al 2012 e servi solo 8000 coperti in sei mesi, resta con i piedi per terra.
P.S. Tanto di cappello (da chef) a chi da lavapiatti è diventato quello che è.
Per approfondimenti almeno visivi andate qui.
giovedì 19 marzo 2009
Fuori tema blog
In questo blog non si parla di musica, o almeno se ne parla poco, ma, appunto, fuori tema ecco cosa è successo.
Camminando per Via Chiaja, stamane, abbastanza presto, mi sono imbattuto in un personaggio singolare, un musicista di strada che accordava con amore ed attenzione questo strumento

E' il Tambal, o se volete il Cimbalom, o ancora Cimbalo Ungherese. Meglio ancora Dulcimer, nome che ben identifica il suono di questo strumento.
Suono dolce e nostalgico, eseguito in modo passionale e accorato da un musicista preparato e ancora non smaliziato dalla città e da chi gli impone di suonare classici della canzone napoletana con strumenti tradizionali di altre culture.
Sono rimasto colpito dalla assoluta ingenuità di quest'uomo che non ha voluto interrompere l'esecuzione della sua melodia quando i passanti gli porgevano delle monete.
Sono rimasto lì ad ascoltare, ho capito, ho atteso e, solo alla fine, ho pagato.
Non elemosina, ma giusto prezzo per un inatteso evento musicale.
Ed è un'immagine anche questa.
Camminando per Via Chiaja, stamane, abbastanza presto, mi sono imbattuto in un personaggio singolare, un musicista di strada che accordava con amore ed attenzione questo strumento

E' il Tambal, o se volete il Cimbalom, o ancora Cimbalo Ungherese. Meglio ancora Dulcimer, nome che ben identifica il suono di questo strumento.
Suono dolce e nostalgico, eseguito in modo passionale e accorato da un musicista preparato e ancora non smaliziato dalla città e da chi gli impone di suonare classici della canzone napoletana con strumenti tradizionali di altre culture.
Sono rimasto colpito dalla assoluta ingenuità di quest'uomo che non ha voluto interrompere l'esecuzione della sua melodia quando i passanti gli porgevano delle monete.
Sono rimasto lì ad ascoltare, ho capito, ho atteso e, solo alla fine, ho pagato.
Non elemosina, ma giusto prezzo per un inatteso evento musicale.
Ed è un'immagine anche questa.
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martedì 17 marzo 2009
L'ennesima porcata

Scusate, la fretta mi ha fatto fare un pessimo lavoro di grafica, ma credo renda l'idea.
La baia di Napoli è stata, domenica scorsa, teatro dell'ennesima porcata consumata ai danni di chi per mare ci va nel rispetto delle regole.
Non mi dilungherò, chi legge sa già, e quello che scrivo è a totale soddisfazione e beneficio di chi è al corrente della porcata.
Eravamo tutti in mare per la kermesse della vela napoletana, per quell'evento che porta in acqua velisti di tutte le categorie e di ogni livello, diciamo così. Noi c'eravamo, a dimostrare la nostra passione per il mare e per le sue imprescindibili leggi, ma anche la passione per la vela e le sue regole.
Se festa della Vela deve essere, che lo sia nel rispetto dei regolamenti di regata, delle istruzioni e del codice della navigazione.
Inutile dire che così non è stato, noi abbiamo vinto regatando bene e regolarmente, altri hanno vinto barando e dichiarando il falso. Sarà anche una festa, ma fa gioco a tutti salire sul palco del Nauticsud e prendersi il premio, fa comodo perchè la visibilità fa bene agli sponsor che dovrebbero sapere quanto certi risultati siano offensivi per la gente di mare e per gli sponsor stessi.
E mi fermo qui.
Ma veramente non c'è più gusto.
Come sempre, e questa volta con una piccola aggiunta, dedico questo post a chi con me ha vissuto una giornata di vento, sole, mare e... correttezza.
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giovedì 5 marzo 2009
In caso di pioggia...
Mai vista tanta pioggia come quest'anno.
Ore, se uno abitasse a Londra sarebbe anche normale, per quanto lì, la maggioranza delle volte, piova una sottile bruma, che quasi non ti bagna, una pioggia sottile che non ti costringe a ripararti da quei goccioloni che percorrendo i cornicioni ti bagnano e sporcano fastidiosamente.
Invece stiamo qui, a Napoli, dove la pioggia è un evento raro, sporadico, inaspettato, soprattutto se siamo troppo impegnati a mangiare una pizza o meglio, a suonare il mandolino.
Comunque sia, sono un uomo di mare, e la pioggia non mi da fastidio, ammetto un po' si, ma non per mare. E odio gli ombrelli, al più mi riparo con un cappello.
Però dico, che se proprio dovessi comprare un ombrello lo cercherei di buona qualità, magari artigianale, magari uno di quelli che Mario Talarico produce in città.

Insomma, non una porcheria cinese che al primo colpo di vento si piega, si deforma, perde le stecche e vi lascia senza riparo e con l'ennesimo rifiuto speciale da smaltire. Inevitabilmente i marciapiedi si riempiono di questi cadaveri di tela e metallo.

Un oggetto da curare, che non si sgretoli, con 10 stecche, e mai, dico mai, uno di quelli peghevoli.
L'ombrello pieghevole è un oggetto orribile, molto amato dalle donne. Non mi importa della comodità, è un obrobrio, sopratutto se portato chiuso ma non ripiegato, come un abnorme fiore spampanato e a testa in giù che gronda acqua sulle scarpe degli altri. Niente di più sgradevole che vedere una donna che si trascina in un luogo pubblico con quell'appendice informe appesa a un braccio.

Non dico che uno debba andare nel tempio di James Smith & Sons, che di ombrelli se ne intendono, ma almeno che ci si procuri un parapioggia di qualità, con il duplice scopo di ripararsi sul serio e, avendo un oggetto di pregio, di non dimenticarlo ovunque.
Per non parlare di chi l'ombrello lo abbina alle caloshe colorate. Insopportabili.
Ricordo a tutti, me per primo che la pioggia è acqua.
Solo acqua.
E come mi dice qualcuno "...se piove, vestiti di chiaro".
Ore, se uno abitasse a Londra sarebbe anche normale, per quanto lì, la maggioranza delle volte, piova una sottile bruma, che quasi non ti bagna, una pioggia sottile che non ti costringe a ripararti da quei goccioloni che percorrendo i cornicioni ti bagnano e sporcano fastidiosamente.
Invece stiamo qui, a Napoli, dove la pioggia è un evento raro, sporadico, inaspettato, soprattutto se siamo troppo impegnati a mangiare una pizza o meglio, a suonare il mandolino.
Comunque sia, sono un uomo di mare, e la pioggia non mi da fastidio, ammetto un po' si, ma non per mare. E odio gli ombrelli, al più mi riparo con un cappello.
Però dico, che se proprio dovessi comprare un ombrello lo cercherei di buona qualità, magari artigianale, magari uno di quelli che Mario Talarico produce in città.

Insomma, non una porcheria cinese che al primo colpo di vento si piega, si deforma, perde le stecche e vi lascia senza riparo e con l'ennesimo rifiuto speciale da smaltire. Inevitabilmente i marciapiedi si riempiono di questi cadaveri di tela e metallo.
Un oggetto da curare, che non si sgretoli, con 10 stecche, e mai, dico mai, uno di quelli peghevoli.
L'ombrello pieghevole è un oggetto orribile, molto amato dalle donne. Non mi importa della comodità, è un obrobrio, sopratutto se portato chiuso ma non ripiegato, come un abnorme fiore spampanato e a testa in giù che gronda acqua sulle scarpe degli altri. Niente di più sgradevole che vedere una donna che si trascina in un luogo pubblico con quell'appendice informe appesa a un braccio.

Non dico che uno debba andare nel tempio di James Smith & Sons, che di ombrelli se ne intendono, ma almeno che ci si procuri un parapioggia di qualità, con il duplice scopo di ripararsi sul serio e, avendo un oggetto di pregio, di non dimenticarlo ovunque.
Per non parlare di chi l'ombrello lo abbina alle caloshe colorate. Insopportabili.
Ricordo a tutti, me per primo che la pioggia è acqua.Solo acqua.
E come mi dice qualcuno "...se piove, vestiti di chiaro".
lunedì 2 marzo 2009
Discrepanze
Da gastronomo e da appassionato fondamentalista del cibo sto collezionando una certa quantità di materiale riguardo l'argomento.
Capita con i libri, sia quelli puramente di ricette, ma anche con le biografie di cuochi e cuoche.
Naturalmente capita anche con i film. Alcuni capisaldi come "Big Night", "Il Pranzo di Babette", "Il Cuoco, il Ladro, sua Moglie e l'Amante" ecc ecc...
In tutti i film che sto collezionando si nota una certa passione per la cucina, un amore per il cibo, per le "cose" che lo riguardano, credo che per chiarire cosa voglio dire basta citare la scena finale di "Big Night" in cui Stanley Tucci prepara una semplicissima frittata nella cucina del ristorante che era stato il teatro di una elaborata e colossale cena, o la meticolosità della preparazione delle Cailles en sarcofage che Babette elabora per il suo Pranzo.
E concludo con la paranoica ripetitività dei movimenti del cuoco deputato alla preparazione dei fondi in "Il Cuoco, il Ladro, sua Moglie e l'Amante"
Se volete andatevele a vedere. In ognuna di queste scene troverete l'essenza del cibo e della passione. Cucinare bene è prendersi cura, gli anglofili direbbero "taking care". Pensate alla cottura del TIMPANO di maccheroni, è come attendere una creatura sovrumana che sarà in grado di regalarci splendide emozioni quando avrà finito di cuocere nella rovente oscurità del forno.
Ok, mi sono lasciato prendere un po' la mano...
L'altra sera però, ci è capitato di vedere "Sapori e Dissapori", remake di "Bella Martha" di Sandra Nettelbeck.
Sapori e Dissapori è con Catherine Zeta Jones. Ebbene, nessun ruolo è più distante dall'attrice quanto quello di chef di un ristorante.
L'assoluta mancanza di manualità, lo scostante atteggiamento nei confronti del cibo e quell'arietta da signorina di periferia inspegabilmente assurta ai quartieri alti rendono la pellicola non credibile, il personaggio fastidiosamente irritante e le scene di cucina, quelle relative alla "linea" di un ristorante da 80 coperti, quantomeno risibili.
Non dico che tutto debba essere come viene descritto in "Kitchen confidential" di A. Bourdain, ma niente di lontanamente simile. Una sdolcinata commedia dove, se i protagonisti avessero gestito una lavanderia, la differenza non si sarebbe notata.
Ripeto, il cibo è una cosa troppo seria ed è un atto d'amore, verso gli altri e verso se stessi.
Tutto il resto è semplice sostentamento.
Capita con i libri, sia quelli puramente di ricette, ma anche con le biografie di cuochi e cuoche.
Naturalmente capita anche con i film. Alcuni capisaldi come "Big Night", "Il Pranzo di Babette", "Il Cuoco, il Ladro, sua Moglie e l'Amante" ecc ecc...
In tutti i film che sto collezionando si nota una certa passione per la cucina, un amore per il cibo, per le "cose" che lo riguardano, credo che per chiarire cosa voglio dire basta citare la scena finale di "Big Night" in cui Stanley Tucci prepara una semplicissima frittata nella cucina del ristorante che era stato il teatro di una elaborata e colossale cena, o la meticolosità della preparazione delle Cailles en sarcofage che Babette elabora per il suo Pranzo.
E concludo con la paranoica ripetitività dei movimenti del cuoco deputato alla preparazione dei fondi in "Il Cuoco, il Ladro, sua Moglie e l'Amante"
Se volete andatevele a vedere. In ognuna di queste scene troverete l'essenza del cibo e della passione. Cucinare bene è prendersi cura, gli anglofili direbbero "taking care". Pensate alla cottura del TIMPANO di maccheroni, è come attendere una creatura sovrumana che sarà in grado di regalarci splendide emozioni quando avrà finito di cuocere nella rovente oscurità del forno.
Ok, mi sono lasciato prendere un po' la mano...L'altra sera però, ci è capitato di vedere "Sapori e Dissapori", remake di "Bella Martha" di Sandra Nettelbeck.
Sapori e Dissapori è con Catherine Zeta Jones. Ebbene, nessun ruolo è più distante dall'attrice quanto quello di chef di un ristorante.
L'assoluta mancanza di manualità, lo scostante atteggiamento nei confronti del cibo e quell'arietta da signorina di periferia inspegabilmente assurta ai quartieri alti rendono la pellicola non credibile, il personaggio fastidiosamente irritante e le scene di cucina, quelle relative alla "linea" di un ristorante da 80 coperti, quantomeno risibili.
Non dico che tutto debba essere come viene descritto in "Kitchen confidential" di A. Bourdain, ma niente di lontanamente simile. Una sdolcinata commedia dove, se i protagonisti avessero gestito una lavanderia, la differenza non si sarebbe notata.
Ripeto, il cibo è una cosa troppo seria ed è un atto d'amore, verso gli altri e verso se stessi.
Tutto il resto è semplice sostentamento.
mercoledì 18 febbraio 2009
Sarà la crisi...
... ma ieri mi è arrivato l'invito a partecipare ad un concorso di idee che un prestigioso gruppo cantieristico per la nautica da diporto di lusso ha indetto circa la creazione di un logo per la sua nuova serie di imbarcazioni.
Ebbene, il gruppo in questione, che produce e vende barche dai 30 ai 130 piedi, e su richiesta anche di più, richiede la creazione del logo, il layout del web e quello della depliantistica.
Premesso che le barche avranno un costo che, secondo la dimensione, oscillerà tra i 200.000,00 e i 500.000,00 Euro e che, a detta del cantiere, il cliente tipo sarà una persona con villa al mare che utilizzerà la barca come tender, noi, professionisti del design ci aspettavamo un budget adeguato al target.
Invece, in modo assolutamente inaspettato e volgare, viene offerta per la progettazione la cifra "iperbolica" di 1000,00 (mille) Euro!
No Comment!
Solo qualche nota:
Se si è disposti a lavorare per queste cifre ridicole si fornirà un servizio scadente. Se si offrono certe cifre non si apprezza il lavoro dei designer e finirete per avere prodotti scadenti creati da analfabeti del segno.
Se siete committenti che intendono farsi creare un marchio per prodotti di lusso abbiate il buon gusto di riflettere sulle offerte.
E pensare che se ci mettevano anche il vicolo stretto e la Compagnia del Gas quasi quasi accettavo...
E questa è fatta.
Passiamo oltre.
Sarà la crisi...
... ma ieri mi è capitato di vedere, sulla TV nazionale una video-presentazione-grafico-creativa che accompagnava le note della romanza "Nessun Dorma" di Puccini.
Banalità, squallore e povertà, sono le parole che mi vengono in mente, e li ho trattati bene. Vorrei sapere quanto è stato pagata quella porcheria e chi l'ha realizzata. Uno scempio dell'immagine.
Meno male che abbiamo visto "Big Night", film fondamentale per la cineteca di un appassionato di gastronomia. Ma ne parlerò un'altra volta.
Ebbene, il gruppo in questione, che produce e vende barche dai 30 ai 130 piedi, e su richiesta anche di più, richiede la creazione del logo, il layout del web e quello della depliantistica.
Premesso che le barche avranno un costo che, secondo la dimensione, oscillerà tra i 200.000,00 e i 500.000,00 Euro e che, a detta del cantiere, il cliente tipo sarà una persona con villa al mare che utilizzerà la barca come tender, noi, professionisti del design ci aspettavamo un budget adeguato al target.
Invece, in modo assolutamente inaspettato e volgare, viene offerta per la progettazione la cifra "iperbolica" di 1000,00 (mille) Euro!
No Comment!
Solo qualche nota:
Se si è disposti a lavorare per queste cifre ridicole si fornirà un servizio scadente. Se si offrono certe cifre non si apprezza il lavoro dei designer e finirete per avere prodotti scadenti creati da analfabeti del segno.
Se siete committenti che intendono farsi creare un marchio per prodotti di lusso abbiate il buon gusto di riflettere sulle offerte.
E pensare che se ci mettevano anche il vicolo stretto e la Compagnia del Gas quasi quasi accettavo...E questa è fatta.
Passiamo oltre.
Sarà la crisi...
... ma ieri mi è capitato di vedere, sulla TV nazionale una video-presentazione-grafico-creativa che accompagnava le note della romanza "Nessun Dorma" di Puccini.
Banalità, squallore e povertà, sono le parole che mi vengono in mente, e li ho trattati bene. Vorrei sapere quanto è stato pagata quella porcheria e chi l'ha realizzata. Uno scempio dell'immagine.
Meno male che abbiamo visto "Big Night", film fondamentale per la cineteca di un appassionato di gastronomia. Ma ne parlerò un'altra volta.
venerdì 13 febbraio 2009
Ancora qualche precisazione.
Non ho voglia di scrivere, anche perchè molti si aspettano che io getti veleno sulle cose che non vanno, ma siccome sono il solo a farlo, e le cose non migliorano, mi astengo.
Intendo dire che non ci sono più tante occasioni per scrivere bene e entusiasticamente di qualcosa e mi comincia a dar fastidio che ci si aspetti che sia io a parlare e nessuno che commenti. Alla fine, se avessi voluto solo scrivere e non avessi desiderato leggere i commenti degli altri, avrei scritto un libro, non avrei aperto un blog.
Faccio una ottantina di visite al giorno e pochi che dicano la loro.
E questo è uno
Passiamo oltre, come ho già detto odio feisbuc per vari motivi, uno tra tutti quello di eliminare totalmente i rapporti umani, con la difficoltà di esprimere un concetto che sia articolato, senza dover ricorrere a tutte quelle idiozie di emoticon, grassetti, maiuscole ecc ecc. no no grazie, se devo comunicare faccio una telefonata, è meglio.
Senza contare che sai a me che me ne importa che Tizio o Caia hanno chiuso le finestre e vanno a dormire o che Sempronio si interroga sul numero di foglie di menta che vanno nel mojito (12 per la precisione).
Se questa è la media, no grazie, preferisco vivere.
Poi, ho notato che più della metà delle visite che ho qui, sul blog, proviene da una richiesta sui motori di ricerca dove digitano "angolo bar o corner bar o bar corner" e guarda caso, l'immagine più cliccata è questa qui sotto.

E' una cosa progettata da me.
Ma credo che si stia diffondendo. Ad ogni modo, se qualcuno fosse interessato all'oggetto in questione, si rivolgesse a me.
Ed ancora, finalmente qualcosa si muove nella vela napoletana, state qui e saprete cosa...

Intendo dire che non ci sono più tante occasioni per scrivere bene e entusiasticamente di qualcosa e mi comincia a dar fastidio che ci si aspetti che sia io a parlare e nessuno che commenti. Alla fine, se avessi voluto solo scrivere e non avessi desiderato leggere i commenti degli altri, avrei scritto un libro, non avrei aperto un blog.
Faccio una ottantina di visite al giorno e pochi che dicano la loro.
E questo è uno
Passiamo oltre, come ho già detto odio feisbuc per vari motivi, uno tra tutti quello di eliminare totalmente i rapporti umani, con la difficoltà di esprimere un concetto che sia articolato, senza dover ricorrere a tutte quelle idiozie di emoticon, grassetti, maiuscole ecc ecc. no no grazie, se devo comunicare faccio una telefonata, è meglio.
Senza contare che sai a me che me ne importa che Tizio o Caia hanno chiuso le finestre e vanno a dormire o che Sempronio si interroga sul numero di foglie di menta che vanno nel mojito (12 per la precisione).
Se questa è la media, no grazie, preferisco vivere.
Poi, ho notato che più della metà delle visite che ho qui, sul blog, proviene da una richiesta sui motori di ricerca dove digitano "angolo bar o corner bar o bar corner" e guarda caso, l'immagine più cliccata è questa qui sotto.

E' una cosa progettata da me.
Ma credo che si stia diffondendo. Ad ogni modo, se qualcuno fosse interessato all'oggetto in questione, si rivolgesse a me.
Ed ancora, finalmente qualcosa si muove nella vela napoletana, state qui e saprete cosa...

continua...
martedì 3 febbraio 2009
e vorrei vedere...
Stamane sentivo, al telegiornale, che la gloriosa casa automobilistica stato-assistita nostrana ha perso più del 30% del fatturato.
Crisi dell'auto, problemi congiunturali, concorrenza delle altre case automobilistiche ecc ecc.
Ora io non ho proprio la passione per le auto, ma ho, come tutti, un gusto e credo di riuscire a discernere tra una cosa gradevole e con un buon rapporto qualità- prezzo ed una no.
Quindi qualcuno mi spieghi a chi dobbiamo dare la colpa se oggetti del genere non si vendono, e per quale motivo dovrei sborsare 16.000 Euro per uno sgorbio del genere
o peggio più di 10.000 per l'entry level di questo scarafaggio a quattro ruote

che ho odiato simpaticamente anche nella sua prima versione.
E vi prego, non mi parlate di mercati internazionali, costo del lavoro e quant'altro.
Se una cosa non va cominciamo ad analizzarne i motivi.
E ricordiamoci di un famoso detto che recita di pezze e di saponi.
Crisi dell'auto, problemi congiunturali, concorrenza delle altre case automobilistiche ecc ecc.
Ora io non ho proprio la passione per le auto, ma ho, come tutti, un gusto e credo di riuscire a discernere tra una cosa gradevole e con un buon rapporto qualità- prezzo ed una no.
Quindi qualcuno mi spieghi a chi dobbiamo dare la colpa se oggetti del genere non si vendono, e per quale motivo dovrei sborsare 16.000 Euro per uno sgorbio del genere
o peggio più di 10.000 per l'entry level di questo scarafaggio a quattro ruote
che ho odiato simpaticamente anche nella sua prima versione.
E vi prego, non mi parlate di mercati internazionali, costo del lavoro e quant'altro.
Se una cosa non va cominciamo ad analizzarne i motivi.
E ricordiamoci di un famoso detto che recita di pezze e di saponi.
lunedì 26 gennaio 2009
La "Scienza" del Comitato di Regata.

Avevo detto che non avrei scritto più delle regate in corso, ma questa ve la devo raccontare.
Questo Invernale napoletano, e sottolineo "questo", è funestato dal fatto che il Geriatrico Comitato di Regata sta posizionando campi di regata folli, con poca competenza e in modo assolutamente disinteressato alla necessità dei regatanti, che è quella di disputare una regata che sia composta da una bolina, una poppa, un'altra bolina, un' altra poppa ed uno "stocchetto finale" che porta all'arrivo di lasco stretto o di bolina larga. E' una cosa semplice, e una pretesa leggittima.
Invece no, non per i "matterelli" della V Zona.
Non una volta che venga posizionata una linea di partenza in modo corretto, non una volta che annullino una regata per condizioni impossibili, cioè continui salti di vento, in direzione ed intensità.
Sono troppo presi dal completare il maggior numero di prove per preoccuparsi del fatto che per mare ci siamo noi, che prendiamo la cosa molto seriamente.
Ieri, tralasciando il fatto che è accaduto tutto ciò che ho descritto sopra ed aggiungendo che c'era un'onda lunga e alta che senza vento rendeva molto difficile la navigazione a vela, il risultato di tanta strafottenza è stato che il 50% delle imbarcazioni è giunto all'arrivo fuori tempo massimo, e che quelle che ci sono arrivate lo hanno fatto in modo paradossale.
Era una situazione da filmare, alcuni hanno tagliato di traverso, altri di poppa, e non mi riferisco alle andature ma alle parti dell'imbarcazione che per prime tagliavano la linea, altre sono rimaste per una buona mezz'ora a beccheggiare e rollare a pochi metri dall'arrivo, e si è visto di tutto, velisti in tuta nera da mimo che autoproducevano spettacoli degni del miglior Marcel Marceau, equipaggi con scarpette da ballo che hanno messo in scena "Il lago dei Cigni", qualcuno faceva carena, altri hanno messo su un quartetto d'archi, altri ancora raccoglievano firme per l'abolizione della tassa sulla spazzatura.
Questo paradossale circo di matti è esattamente quello che succede quando nessuno si assume le proprie responsabilità.
E noi lì, sempre troppo occupati nella vita civile, per protestare e mandare a casa questa vecchia generazione di "Prodieri di Straulino".

Come ho già scritto altrove, la vela è una metafora della vita, e la vela napoletana rispecchia esattamente la città.
E' approssimativa, caotica, ignorante e presuntuosa.
Fatte salve poche, rarissime eccezioni, come per la città.
Come sempre dedico questo post a quanti con me hanno vissuto un'altra giornata di mare, vento e onde.
giovedì 22 gennaio 2009
Ah, che soddisfazione!
Ieri sera, a cena...

Regola del tre: 3 min. per lato.
E' una cosa semplice ma molto molto seria.
Mai rigirarla in continuazione, è un fatto fisico, quando adagiate la fetta sulla griglia e la lasciate lì succede che per capillarità i succhi interni tenderanno a salire sulla faccia esposta all'aria, la carne diventa lucida, ed in quel momento la voltate dall'altra parte, così che i succhi interni rimangano tali.
Se la "disturbate" in continuazione otterrete l'effetto di farla piangere, disperdendo le sue lacrime sulla brace.
I puristi la vogliono così, niente olio, niente sale e niente pepe, nè prima nè durante nè a fine cottura.
Per la verità, se proprio la vogliamo salare, allora si sala la parte cotta, immediatamente dopo averla voltata per poi salare l'altra parte una volta che l'avrete tolta dalla brace.

Regola del tre: 3 min. per lato.
E' una cosa semplice ma molto molto seria.
Mai rigirarla in continuazione, è un fatto fisico, quando adagiate la fetta sulla griglia e la lasciate lì succede che per capillarità i succhi interni tenderanno a salire sulla faccia esposta all'aria, la carne diventa lucida, ed in quel momento la voltate dall'altra parte, così che i succhi interni rimangano tali.
Se la "disturbate" in continuazione otterrete l'effetto di farla piangere, disperdendo le sue lacrime sulla brace.
I puristi la vogliono così, niente olio, niente sale e niente pepe, nè prima nè durante nè a fine cottura.
Per la verità, se proprio la vogliamo salare, allora si sala la parte cotta, immediatamente dopo averla voltata per poi salare l'altra parte una volta che l'avrete tolta dalla brace.
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lunedì 19 gennaio 2009
Chiamiamo le cose con il loro nome.

Prima di tutto apro il post con i ringraziamenti, per la loro amichevole ospitalità, all'intraprendente amica dell'Appletarte G. e a suo fratello F.
La loro simpatia e disponibilità hanno reso piacevolissimo il nostro week-end in montagna. Se a questo aggiungiamo che la neve era perfetta e le piste ben battute, non potevamo chiedere di meglio.
Ok, ora passiamo a parlare di alcune cosette che proprio non vanno.
Io sono veramente stanco di entrare in ristoranti, o meglio bettole che, per sembrare quello che non sono, mettono in menù nomi di piatti altisonanti per servirvi, alla fine, cibo tradizionale, semplice e anche molto, ma molto mal cucinato.
Ora, io apprezzo che un ristoratore "pastore" si voglia elevare, e che studi e si evolva, ma deve farlo, non basta scrivere "mosaico di verdure grigliate" per servirvi un volgarissimo tagliere con zucchine, melanzane e peperoni (non di stagione!) malamente scottate al grill, o, quel che è peggio, "tortino di cereali glassato al formaggio fuso", che alla fine si è rilevato essere una semplice zuppa di orzo e fonduta, che del tortino aveva solo il nome, e se servito in una ciotola un pelino più grande, sarebbe andato benissimo per il giorno di festa in un qualunque carcere italiano.
Insomma, una sbobba rivisitata nel nome, ma non nella sostanza. Tralascio il resto che avrei volentieri fatto a meno di assaggiare se non fosse stato per la simpatia dei commensali, e concludo dicendo che quando ho fatto notare con gentilezza alla sguattera, perchè tale era, che la seconda bottiglia di Marina Cvetic era andata, cioè maderizzata, ella ha fatto arrivare in sala la tenutaria sommelier che ha ribattuto il nostro giudizio in modo polemico e saccente. A quel punto le soluzioni erano due, o come avrei voluto, bisognava alzarci e andare via, o come è stato, rimanere ed ingoiare bocconi amari, - sic!- letteralmente.
Alle signore che gestiscono la bettola, che ancora antepongono l'H alla scritta osteria dico, cercate di fare più attenzione ai fornelli e meno alle parole del menù. Chiamate le cose con il loro nome e seguite la tendenza della gastronomia attuale, tornate alla cucina del territorio, se vi riesce.
Quello che non vi riuscirà mai è rivedermi ad un vostro tavolo.
Per fortuna, il giorno dopo, ci siamo immersi nel cuore del Parco Nazionale d'Abruzzo, da Alfedena a Pescasseroli, ed allora è tutto un susseguirsi di garbata ospitalità, di facce sincere e nobili e... di cucina semplice, e neanche tanto, ma strepitosamente gustosa.
Per cui un altro ringraziamento va fatto all'amico M. che ci ha fatto scoprire questa trattoria, parecchio rustica, dove vi troverete a servirvi da soli, nel senso che coprirete voi, con le pietanze in mano, il tragitto che va dalle cucine alla sala.
A ben guardare gli avambracci della cuoca, la signora gentilissima che produce piccoli prodigi culinari, vi renderete conto della qualità assoluta del cibo proposto.
Una polenta pasticciata da urlo, uno gnocco di castagne sublime, una fetticcina al ragù di cervo perfetta, salsicce fumanti e agnello morbido come burro, patate al forno e broccoletti saltati, da manuale.
Roba semplice e per questo grande, tradizionale, e per questo difficile da trovare, roba che per volontà di questa gente fiera, mantiene il suo nome.
Insomma, non "Strisce di pasta disposte in ordine sparso al sugo di ungulato cornicefalo degli Abruzzi", ma semplici, banalissime e strepitosamente buone "Tagliatelle al ragù di cervo".
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martedì 13 gennaio 2009
l'impossibilità dell'aperitivo...
... e non solo.
A testimonianza che la città è lo specchio della nazione, vi racconto il mio punto di vista su quel bar, o meglio, su quel nome che per anni ha rappresentato, secondo l'autorevole "Guida ai Bar d'Italia" il miglior bar di Napoli.
Come sempre non lo nominerò, non deve godere della pubblicità in positivo o in negativo, che ne trarrebbbe da questo blog.
Ebbene, è vero che non c'è in città la tradizione dell'aperitivo, come accede nelle piccole e grandi città del nord, ma è anche vero che se si decide di offrire degli "stuzzichini" assieme a un drink, ci si augura che siano almeno commestibili.
Ci avevano provato, per un po', ma poi, come spesso accade (ahimè) la qualità è andata via via abbassandosi fino a toccare il fondo sabato scorso.
Ancora una premessa e poi vi racconto. Non provate a bere il caffè perchè è imbevibile e non chiedete un succo, perchè inevitabilmente è stato scaraffato molto tempo prima e in più ve lo riempiono di ghiaccio.
Dunque, sabato scorso, in anticipo sull'ora di cena a casa di amici, decidiamo di prendere un aperitivo presso la sede posillipina del summenzionato bar.
A parte gli avventori delle 20,00 che sembrano personaggi usciti per l'ora d'aria e le avventrici che sembrano uscite da un provino per finte veline di una TV libera di quart'ordine, verrete serviti, male e svogliatamente, da un barman sporco e distratto.
Quello che era il piccolo buffet degli appetizer è ormai ridotto a sei pizzettine di plastica che non credo abbiano visto tempi migliori, insomma si ha l'idea che nascano proprio così, di plastica, e poi noccioline, patatine e olive a completamento dell'"innovativo" quadretto da bar di provincia sull'orlo del fallimento.
proviamo con le patatine, giacchè le pizzette erano poco commestibili, ma siamo costretti a desistere quando altri energumeni di Alcatraz tuffano le loro lercie zampe nel contenitore e continuiamo a bere.
Ci distraiamo un attimo ed il finto buffet è sparito, come a dire "ora ve ne dovete andare perchè dobbiamo prepararci all'invasione del sabato sera".
Infatti ce ne andiamo non senza aver fatto notare l'evidente stato di trascuratezza del locale.
Peccato che il bar fornisca le migliori codine d'aragosta con crema chantilly di tutta la città, ma non credo che basti per continuare a gratificare ancora un postaccio del genere.
Come tutte le cose in città, non c'è verso, anche questa sta dimostrando di essersi fregiata immeritatamente di un titolo.
Grazie, ma la prossima volta, se sono in anticipo, l'aperitivo me lo faccio a casa.

A testimonianza che la città è lo specchio della nazione, vi racconto il mio punto di vista su quel bar, o meglio, su quel nome che per anni ha rappresentato, secondo l'autorevole "Guida ai Bar d'Italia" il miglior bar di Napoli.
Come sempre non lo nominerò, non deve godere della pubblicità in positivo o in negativo, che ne trarrebbbe da questo blog.
Ebbene, è vero che non c'è in città la tradizione dell'aperitivo, come accede nelle piccole e grandi città del nord, ma è anche vero che se si decide di offrire degli "stuzzichini" assieme a un drink, ci si augura che siano almeno commestibili.
Ci avevano provato, per un po', ma poi, come spesso accade (ahimè) la qualità è andata via via abbassandosi fino a toccare il fondo sabato scorso.
Ancora una premessa e poi vi racconto. Non provate a bere il caffè perchè è imbevibile e non chiedete un succo, perchè inevitabilmente è stato scaraffato molto tempo prima e in più ve lo riempiono di ghiaccio.
Dunque, sabato scorso, in anticipo sull'ora di cena a casa di amici, decidiamo di prendere un aperitivo presso la sede posillipina del summenzionato bar.
A parte gli avventori delle 20,00 che sembrano personaggi usciti per l'ora d'aria e le avventrici che sembrano uscite da un provino per finte veline di una TV libera di quart'ordine, verrete serviti, male e svogliatamente, da un barman sporco e distratto.
Quello che era il piccolo buffet degli appetizer è ormai ridotto a sei pizzettine di plastica che non credo abbiano visto tempi migliori, insomma si ha l'idea che nascano proprio così, di plastica, e poi noccioline, patatine e olive a completamento dell'"innovativo" quadretto da bar di provincia sull'orlo del fallimento.
proviamo con le patatine, giacchè le pizzette erano poco commestibili, ma siamo costretti a desistere quando altri energumeni di Alcatraz tuffano le loro lercie zampe nel contenitore e continuiamo a bere.
Ci distraiamo un attimo ed il finto buffet è sparito, come a dire "ora ve ne dovete andare perchè dobbiamo prepararci all'invasione del sabato sera".
Infatti ce ne andiamo non senza aver fatto notare l'evidente stato di trascuratezza del locale.
Peccato che il bar fornisca le migliori codine d'aragosta con crema chantilly di tutta la città, ma non credo che basti per continuare a gratificare ancora un postaccio del genere.
Come tutte le cose in città, non c'è verso, anche questa sta dimostrando di essersi fregiata immeritatamente di un titolo.
Grazie, ma la prossima volta, se sono in anticipo, l'aperitivo me lo faccio a casa.
lunedì 12 gennaio 2009
Che classe!

Solo un paio di considerazioni, a proposito delle regate in atto.
Come ho detto, non scriverò più delle regate attuali, se non dopo almeno dieci anni dagli accadimenti, come sto facendo per quelle cosette che racconto nella serie "Sono Stato Prodiere Di Straulino".
Mi fa piacere però ricordare su queste pagine due cose significative.
La prima riguarda più la gastronomia che la vela.
Ieri, FdG si è presentata a bordo con la sua Caprese, che, essendo stata fatta il giorno prima, aveva ben riposato ed era assolutamente perfetta.
Ed aggiungo, è stata anche l'unica nota dolce di una giornata amara.
La seconda riguarda un uomo. Ebbene, non ho mai visto nessuno reagire con tanta calma e signorilità alla rottura di parti dell'imbarcazione come D.
Ha subito danni alle murate e al giardinetto, dalla prua alla poppa, un personaggio losco e triste gli è entrato dentro la fiancata durante una manovra in porto (e chiarisco subito che la sua barca era ormeggiata perfettamente in banchina), in un approccio in boa gli sono entrati con il musone di prua nel baglio massimo, e ieri, l'ennesima rottura, quel maledetto crak del tangone in carbonio nel bel mezzo della regata e in ottima posizione.
E lui mantiene una calma serafica, dettata credo più da una signorilità innata che non da una forzata educazione.
Non so se in cuor suo smadonna e impreca, noi non ce ne accorgiamo.
Magari non è ancora tra i primi 10 timonieri al mondo, ma che classe!
Dedico questo post a lui e a quanti altri hanno diviso con me una splendida giornata di Mare, Vento e Sole.
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mercoledì 7 gennaio 2009
Universi paralleli 2

E' mattina presto, il molo è animato da pochi pescatori, l'atmosfera è quasi irreale.
Tutto è silenzio, poche voci ripetono parole antiche, i gesti, sempre quelli, mani che recuperano ormeggi, dita che rifilano reti.
I gabbiani, quando non "sentono" il vento, tutti in fila sulla falchetta di un vecchio gozzo, si contendono un pesce scartato e gettato loro da un pescatore.
I cormorani si asciugano sulla grande boa che delimita il basso fondale all'interno del porto.
Un branco di gatti, e sono anni che si riproducono tra loro, sei o sette sono sempre neri, qualche pezzato, li vedi crescere, giocare sulle reti a riposo, e aspettano ogni barca che rientra dalla notte di pesca, sanno che ne riceveranno pescietti e molluschi.

Gli uomini, lì, che per molti anni sono stati pescatori bravissimi e stimati
portando a terra il miglior pesce della regione, si scambiano poche parole, poche, i pescatori non amano parlare.
E' un mondo surreale, sapendo che fuori da quell'ormeggio sicuro è solo traffico e urla e caos.
Lo guardo e penso che c'è qualcosa che non va.
Mi chiedo se è possibile assistere a questo spettacolo.
Non ora e non qui.
E per quanto ancora.
Per quanti di voi si stessero chiedendo dove accade tutto ciò rispondo, non in Bretagna e nemmeno sulle coste del Maine.
E' incredibilmente il Porto del Granatello.
In Inverno.
P.S. Invito, quanti stessero pensando che sia troppo romantico e sdolcinato, a leggere, ora, qui sotto.
A testimonianza del fatto che le cose appaiono diverse, dipende da come le si guarda.
Fa freddo, ed è maledettamente presto.
L'atmosfera spettrale del porto è interrotta dalle grida volgari di quelli che sono, ora, gli eredi dell'antica arte della pesca che aveva concentrato in questo porto il miglior pesce della regione.
I gabbiani, quando non svolazzano nelle discariche vengono qui, a contendersi con urla, gli scarti del pesce.
I gatti sono lì, a guardia del molo, almeno riducono la quantità di topi in circolazione.
I pescatori si scambiano poche parole, poche, più per invidia che per riservatezza.
E sono pronti a sparlare di questo o di quello, solo per boria.
Lo guardo, e penso che questo posto va esattamente come tutto il resto che lo circonda.
Male, nel caos e nel disordine.
Per fortuna non è così.
E' stato solo un brutto sogno.
In Inverno
lunedì 29 dicembre 2008
Il primo attrezzo
Giusto per collegarmi al post qui sotto, la cernia è stata sfilettata con un coltello "trinciante" forgiato. Non mio, ma che abbiamo regalato ad A.
E' di una famosa ditta italiana di coltelli.
I puristi o i Jap, storceranno il naso, perchè non ho usato uno sfilettatore, o uno di quei coltelli in ceramica o titanio o argento o aria e ozono, ma vi assicuro, se sceglierete il coltello con attenzione, controllandone ergonomia, peso, filo, lunghezza e larghezza della lama, e se vi allenerete a tagliare con quel coltello, ebbene, ci potrete affettare di tutto.
Poi, se assieme al "tranciante" ci volete mettere un "pelucchino" ed uno "scortichino" tanto meglio.
Ma il primo strumento da lavoro sarà inevitabilmente, un coltello di questo tipo.

E' di una famosa ditta italiana di coltelli.
I puristi o i Jap, storceranno il naso, perchè non ho usato uno sfilettatore, o uno di quei coltelli in ceramica o titanio o argento o aria e ozono, ma vi assicuro, se sceglierete il coltello con attenzione, controllandone ergonomia, peso, filo, lunghezza e larghezza della lama, e se vi allenerete a tagliare con quel coltello, ebbene, ci potrete affettare di tutto.
Poi, se assieme al "tranciante" ci volete mettere un "pelucchino" ed uno "scortichino" tanto meglio.
Ma il primo strumento da lavoro sarà inevitabilmente, un coltello di questo tipo.

Pre-resoconto e qualche riflessione (gastronomica)
Che dire, per me il Natale non rappresenta una festa dello spirito.
Più di ogni altra ricorrenza, rappresenta un tuffo nelle tradizioni gastronomiche, un viaggio attraverso esperienze culinarie, qualche volta innovative, insomma un'occasione per soddisfare il corpo. Non è per blasfemia, ma rifuggo dal senso siamo-tutti-più-buoni e mi godo la parte più materiale della festività.
Per non tediare il lettore non mi dilungherò in particolari, se non sotto esplicita richiesta, ma mi limiterò a segnalare alcuni fatti degni di nota, o che a me sono rimasti impressi.
Sarà una semplice lista, per il momento, confortata da qualche chiarimento.
Il primo dei quali è che non ho mai cucinato, se non il 27, e per la cena della Vigilia mi sono limitato ad eseguire le direttive della padrona di casa, e laddove è stato possibile, elargire qualche suggerimento.
1) la Cena della Vigilia è stata una esplorazione nella cucina fusion con un occhio alla tradizione, insomma pesce si, ma in forme e ricette un po' diverse, tranne che per le orate di mare cucinate secondo la legge. Notevoli l'aperitivo di crostini al foi gras con prugne all'Armagnac e il dessert, un babà guarnito con gelato di riso alla cannella, crumbles e anice stellato.
2) il Pranzo di Natale, un vero bagno di tradizione e calorie cilentane.
A tavola alle 14,30. Trenta persone, organizzazione da cucina professionale, un numero abnorme di portate, ma quantità dosate in modo tale che si potesse arrivare a fine pasto con un certo senso di pienezza ma non di malessere.
Una nota su tutte, alle 17,00 è stato servito il capretto alla brace.
Notevoli le pennette gorgonzola e noci ed il pollo ruspante e paesanissimo, semplice, al forno, perfetto e reso ancora migliore dal fatto che sedevo di fronte alla cuoca del pollo in questione. Complimenti alla signora F. che con lucida calma e fattiva operosità ha gestito la situazione come si trattasse di un semplice pranzetto tra intimi.
3) il Pranzo di Santo Stefano. A metà tra la tradizione e l'innovazione. Notevoli il maiale arrosto con composta di mele e patate rosse al forno e la torta ricotta e pere, eseguita secondo le rigide direttive dell'AIReP (Associazione Italiana Ricotta e Pere). Quella è la Torta Ricotta e Pere, tale che se da qualche parte me la propongono, desisto sapendo che non sarà mai quella Ricotta e Pere.
Per motivi che non sto a dire, ma che alcuni di voi possono immaginare, sono mancati, in attesa che la questione la sbrogli io, La Minastra Maritata del giorno di Natale e i Manfredi con Ricotta, naturalmente al Ragù, del giorno di Santo Stefano.
Concludo con il meraviglioso invito arrivato il 25 mattina, da parte degli amici A. e A. per gustare la Cernia pescata da A. e G. con la barca di E., il 27 sera.
L'invito prevedeva che cucinassi io la preda di circa 4 kg.
E così è stato.
Ci rechiamo un po' prima dai nostri amici, per tutta la giornata avevo mentalmente ideato e organizzato la ricetta, DOVEVO creare qualcosa, ma niente che coprisse la freschezza e la delicatezza della cernia.
A. ed S. sono stati ottimi aiuti e consulenti, abbiamo sfilettato tranciato e spolpato lo splendido animale.
Alla fine ne è uscito fuori un primo in bianco, semplice, appena tirato con prosecco, più leggero e meno prepotente di un bianco secco, ed una spruzzata di limone.
Il tutto propedeutico ad un trancio di cernia agli agrumi servito, a parte, con una salsa di finocchio allo zenzero, delicata e fresca.
E' stato un bell'esperimento, ho improvvisato, e, visto che gli amici, benevoli, non mi hanno tirato le pentole dietro, pare che sia anche riuscito.
Naturalmente il tutto non poteva accadere se non ci fosse stata la Cernia meravigliosa, ed anche la prima di una lunga serie, si spera.
Quindi, i miei complimenti ed i miei ringraziamenti agli amici G. e A. che l'hanno pescata, a E. che ha messo a disposizione la barca, a S. che mi ha aiutato preparando la salsa di finocchi, a A. che ha preparato una tavola perfetta, aggiungendo e togliendo posti, ma sempre mantenendo la calma, man mano che gli invitati arrivavano o davano forfait, e un po' anche a me che la cernia l'ho cucinata.
Ma sopratutto, una cosa vale su tutte, il sapore dell'amicizia, della stima e dellla sincerità.
Più di ogni altra ricorrenza, rappresenta un tuffo nelle tradizioni gastronomiche, un viaggio attraverso esperienze culinarie, qualche volta innovative, insomma un'occasione per soddisfare il corpo. Non è per blasfemia, ma rifuggo dal senso siamo-tutti-più-buoni e mi godo la parte più materiale della festività.
Per non tediare il lettore non mi dilungherò in particolari, se non sotto esplicita richiesta, ma mi limiterò a segnalare alcuni fatti degni di nota, o che a me sono rimasti impressi.
Sarà una semplice lista, per il momento, confortata da qualche chiarimento.
Il primo dei quali è che non ho mai cucinato, se non il 27, e per la cena della Vigilia mi sono limitato ad eseguire le direttive della padrona di casa, e laddove è stato possibile, elargire qualche suggerimento.
1) la Cena della Vigilia è stata una esplorazione nella cucina fusion con un occhio alla tradizione, insomma pesce si, ma in forme e ricette un po' diverse, tranne che per le orate di mare cucinate secondo la legge. Notevoli l'aperitivo di crostini al foi gras con prugne all'Armagnac e il dessert, un babà guarnito con gelato di riso alla cannella, crumbles e anice stellato.
2) il Pranzo di Natale, un vero bagno di tradizione e calorie cilentane.
A tavola alle 14,30. Trenta persone, organizzazione da cucina professionale, un numero abnorme di portate, ma quantità dosate in modo tale che si potesse arrivare a fine pasto con un certo senso di pienezza ma non di malessere.
Una nota su tutte, alle 17,00 è stato servito il capretto alla brace.
Notevoli le pennette gorgonzola e noci ed il pollo ruspante e paesanissimo, semplice, al forno, perfetto e reso ancora migliore dal fatto che sedevo di fronte alla cuoca del pollo in questione. Complimenti alla signora F. che con lucida calma e fattiva operosità ha gestito la situazione come si trattasse di un semplice pranzetto tra intimi.
3) il Pranzo di Santo Stefano. A metà tra la tradizione e l'innovazione. Notevoli il maiale arrosto con composta di mele e patate rosse al forno e la torta ricotta e pere, eseguita secondo le rigide direttive dell'AIReP (Associazione Italiana Ricotta e Pere). Quella è la Torta Ricotta e Pere, tale che se da qualche parte me la propongono, desisto sapendo che non sarà mai quella Ricotta e Pere.
Per motivi che non sto a dire, ma che alcuni di voi possono immaginare, sono mancati, in attesa che la questione la sbrogli io, La Minastra Maritata del giorno di Natale e i Manfredi con Ricotta, naturalmente al Ragù, del giorno di Santo Stefano.
Concludo con il meraviglioso invito arrivato il 25 mattina, da parte degli amici A. e A. per gustare la Cernia pescata da A. e G. con la barca di E., il 27 sera.
L'invito prevedeva che cucinassi io la preda di circa 4 kg.
E così è stato.
Ci rechiamo un po' prima dai nostri amici, per tutta la giornata avevo mentalmente ideato e organizzato la ricetta, DOVEVO creare qualcosa, ma niente che coprisse la freschezza e la delicatezza della cernia.
A. ed S. sono stati ottimi aiuti e consulenti, abbiamo sfilettato tranciato e spolpato lo splendido animale.
Alla fine ne è uscito fuori un primo in bianco, semplice, appena tirato con prosecco, più leggero e meno prepotente di un bianco secco, ed una spruzzata di limone.
Il tutto propedeutico ad un trancio di cernia agli agrumi servito, a parte, con una salsa di finocchio allo zenzero, delicata e fresca.
E' stato un bell'esperimento, ho improvvisato, e, visto che gli amici, benevoli, non mi hanno tirato le pentole dietro, pare che sia anche riuscito.
Naturalmente il tutto non poteva accadere se non ci fosse stata la Cernia meravigliosa, ed anche la prima di una lunga serie, si spera.
Quindi, i miei complimenti ed i miei ringraziamenti agli amici G. e A. che l'hanno pescata, a E. che ha messo a disposizione la barca, a S. che mi ha aiutato preparando la salsa di finocchi, a A. che ha preparato una tavola perfetta, aggiungendo e togliendo posti, ma sempre mantenendo la calma, man mano che gli invitati arrivavano o davano forfait, e un po' anche a me che la cernia l'ho cucinata.
Ma sopratutto, una cosa vale su tutte, il sapore dell'amicizia, della stima e dellla sincerità.
P.S.
Se c'è una cosa sulla quale ho riflettuto in questi giorni enogastronomici è questa:
Se c'è una cosa sulla quale ho riflettuto in questi giorni enogastronomici è questa:
La Cucina è un atto d'Amore,
ed è una cosa seria.
ed è una cosa seria.
venerdì 19 dicembre 2008
Niente
Non mi piacciono i post brevi, quelli cioè dove viene esposto un semplice pensiero, questo è uno di quelli, ma più che un pensiero, questo è un messaggio rivolto a tutti coloro che si aspettano qualche commento sulle ultime regate trascorse e su quelle che verranno.
Ebbene, non scriverò nulla.
E' meglio per tutti.
Ebbene, non scriverò nulla.
E' meglio per tutti.
Nuova tecnica
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